Umbilicus Italiae: Le Terme

"Est aquae frigidae genus nitrosum, uti Pinnae Vestina, Cutiliis aliisque locis similibus, quod potionibus depurgat per alvumquae transcundo etiam strumarum minuit tumores” (Vitruvio libro III)
tratto dal libro Umbilicus Italiae

Paterno

e le
Terme antiche e moderne di Cotilia

 

L' impianto antico

Le Antiche terme, ancora visibili nel territorio del comune di Cittaducale (fraz. di Caporio-Cesoni), sfruttavano sorgenti d' acqua le cui proprietà curative erano conosciute anche dagli antichi (Varrone, ling., V, 71; D.H., I, 16; Seneca, Quest. nat., III, 23; Plinio il vecchio, N.H., II, 95 1-3). In particolare Strabone ( V, 3,) ricorda l' effetto terapeutico delle acque ghiacciate di Cutilia utilizzate sia per bere che per i bagni. Il sito, collegato al lacus Cutiliae ed al mitico popolo dei Pelasgi, era considerato da Varrone Umbilicus Italiae. Il vicus dove sorgevano le terme è menzionato in più occasioni ed è collegato a fatti importanti, quali la marcia di Annibale verso Roma e la morte dell' Imperatore Vespasiano, originario della Sabina e frequentatore abituale delle terme, avvenuta nel 79 d.c., proprio per aver abusato di queste acque troppo fredde (Svetonio, Vesp., 24). Egli risiedeva in una grande villa, forse quella in cui i resti sono ancora visibili in località Ortali, dove sarebbe morto due anni dopo anche il figlio Tito.

Il complesso termale vero e proprio, articolato in quattro successivi terrazzamenti, ha inizio dalla via detta Strada Vecchia, che ricalca in modo approssimativo il tracciato della Salaria Romana, (nella foto in basso a sx: il nuovo scavo ha riportato alla luce un tratto della vecchia via "Salaria") con un fronte di circa 300-400 m., compresa fra la diruta chiesa di S. Maria dei Cesoni ed il canale della centrale idroelettrica di Cotilia, che ha tagliato una parte delle strutture. I resti monumentali visibili nella pianta (foto sopra) sono riferibili al secondo terrazzo, oggetto sia di rinvenimenti, sia di vere e proprie campagne di scavo e restauro succedutesi dal 1969 al 1986. Al centro è stata scoperta, anche se solo parzialmente, una grande piscina di 60 per 24 m.(vedi foto) ricavata nel banco affiorante e regolarizzata solo in alcuni punti con opere in muratura; si tratta con molta probabilità della natatio, accessibile da ripide scalette poste simmetricamente sui lati lunghi. Lo scavo ha portato alla luce uno spesso strato di calcareo, mentre non sussistono, ad eccezione di tracce sul bordo di cocciopesto, elementi pertinenti alla pavimentazione della vasca che, data la natura della sorgente, doveva essere utilizzata a scopo terapeutico. Sui lati erano diversi ambienti articolati con un fronte composito di cui attualmente sono conservati solo i lati nord ed est, le cui strutture raggiungono i 5 metri di altezza.
Sulla facciata settentrionale, lunga 76,9 metri si aprono alternativamente nicchie rettangolari e semi circolari disposte ai lati di un ambiente a pianta rettangolare e con abside sul lato di fondo, il punto focale dell 'articolazione della parete. La presenza nell 'abside di otto aperture (visibile nella foto sotto a destra), relative ad altrettante bocche d' acqua, il cui gettito doveva confluire in una piccola vasca d' acqua, ha permesso di identificare,questo ambiente come un ninfeo del tipo detto "a camera absidata". Dietro a questo prospetto è un corridoio, coperto a volta, che corre per tutta la lunghezza parallelo al fronte. La costruzione di questa parte dell 'edificio ha obliterato strutture precedenti, in particolare due ambienti disposti con orientamento difforme a quello del complesso. La facciata orientale (vedi foto della piantina), lunga m.66,95, conserva grandi ambienti rettangolari alternati a piccole absidi e, nell 'angolo nord est, la scala di accesso al piano superiore, che su questo lato si articolava son un portico-terrazza di cui restano i pilastri e parte della pavimentazione in mosaico. Lo scavo ha permesso di recuperare nel corridoio materiale decorativo quale: mosaico, intonaco dipinto, cornici marmoree ecc., mentre dalla vasca provengono ceramiche di vari periodi.

Ad eccezione dei materiali sopra descritti e di alcuni lacerti di mosaico conservati in sito, poco resta dell 'apparato decorativo. Le indagini effettuate, riprese dal 2009, limitate rispetto alla notevole estensione delle terme, non permettono di comprendere appieno il funzionamento e l' articolazione strutturale dell 'impianto. La tecnica costruttiva utilizzata, opera incerta, con ammorsature in blocchetti, consente di datare la costruzione tra la seconda metà del II secolo a.C. e la prima metà del I secolo a.C., anche se assai probabile una frequentazione in epoca precedente, come indicato da alcune strutture nell 'angolo nord-ovest e da rari frammenti ceramici (bucchero). Dalla tabula Peutingeriana apprendiamo che l' impianto era ancora in funzione almeno sino al IV secolo d.C., mentre la presenza, nell'ambiente ad ovest del ninfeo, di sepolture riferibili al V-VI secolo d.C. indica l'utilizzo almeno parziale del complesso fino almeno a quell'epoca. Come testimoniato dalla ceramica rinvenuta nell 'area della piscina e nel cosiddetto mulino il sito fu frequentato, non sappiamo se ancora a scopi termali, sino al XII secolo. Questa tesi è avvalorata dalla chiesa di S. Maria in Cesonis, sicuramente attesta nel XII secolo, ma la cui fondazione deve risalire ad epoca più antica come indicano le strutture riconducibili, sembra, all 'impianto termale e riutilizzate nelle murature. Materiale archeologico proveniente dalle terme è stato usato anche per la costruzione della chiesa di S. Vittorino, dedicata nel 1613, ora completamente allagata per la presenza di una sorgente d' acqua.

 

L' impianto dal Medioevo all 'età moderna
Non sappiamo se nel periodo medievale e rinascimentale le acque delle terme di Cotilia siano state usate. Solo nel XVI secolo il medico Andrea Bacci le menziona nel suo De Thermis del 1558, riferendo come ai suoi tempi di esse non vi fosse rimasta più traccia oltre il nome. Più tardi anche Salvatore Massonio, in una relazione del 1621, parlando delle terme di Antrodoco, le cita solo per distinguerle da quest 'ultime. Si arriva così alla fine del secolo scorso, quando Giulio Bonafaccia, allora proprietario di quelle terre, decise di costruire un piccolo stabilimento termale, occupandosi personalmente della sua gestione. Questo avvenimento spinse nel 1893 il famoso chimico Guido Baccelli ad indirizzare al Bonafaccia una lettera di approvazione per l'iniziativa, auspicando un successo che potesse rinverdire i fasti dell'epoca romana. Tale iniziativa però non sortì gli effetti sperati soprattutto a causa delle ridotte dimensioni dell'edificio. Esso era costituito infatti da poche cabine in muratura, con vasche di pietra munite di strumenti tecnici piuttosto rudimentali; ridotti erano anche i servizi che venivano offerti agli ospiti, limitati ai soli bagni caldi per le malattie della pelle e delle ossa, oltre ad un punto di ristoro e un modesto albergo. L'impianto, inoltre non fu favorito neanche dalla sorte; una violenta inondazione del vicino fiume Velino lo sommerse, distruggendolo. Verso gli anni '30 fu costruito un nuovo impianto, ma anch'esso di aspetto dimesso. Durante i decenni successivi si succedettero diverse gestioni che si sforzarono di volta in volta di migliorarne le condizioni, ma sempre con modesti risultati.

 

L' impianto moderno; luoghi e curiosità

Oggi lo stabilimento di Cotilia garantisce terapie per la cura delle malattie respiratorie attraverso inalazioni, aerosol, nebulizzazioni ed humages quali: bronchiti croniche ed asmatiformi dell'adulto e dell'infanzia, stati enfisematosi, riniti croniche catarrali ipertrofiche ed artrofiche, riniti allergiche stagionali e perenni, laringiti croniche e semplici o ipertrofiche, tracheiti croniche, sinusiti croniche recidivanti, pneumopatie professionali, cefalee rinogene, ipertrofia tonsillare ed adenoidea, adeno-tonsilliti croniche recidivanti. Si praticano tra l'altro irrigazioni nasali per rinosinusiti croniche catarrali o purulente, riniti croniche atrofiche, insufflazioni endotubariche per la cura di flogosi catarrali croniche tubariche e tubo timpaniche, stenosi tubariche croniche e non a processi flogistici rino-faringo-tubarici, affezioni otitiche catarrali sub-acute con andamento verso la cronicizzazione, processi purulenti dell'orecchio medio a decorso sub-acuto o cronico, otorrea, terapie della sordità rinogena (con tale termine si intendono quelle forme di ipocausia mono o bilaterale dovute ad alterazione della funzionalità tubarica primaria o secondaria ai processi flogistici o catarrali). Tale terapia agisce decongestionando e ristabilendo la pervietà della tuba di Eustachio. Vengono anche effettuate cure idropiniche in presenza di gastriti e coliti croniche, colecistopatie, intossicazioni croniche da metalli pesanti, mentre irrigazioni vaginali sono consigliate per la cura di leucorree semplici, annessiti ed endometriti croniche, postumi di isteroctomia, nella cura della sterilità come trattamento degli stati flogistici delle mucose e delle tube. La fangoterapia è praticata in presenza di artrosi nelle varie forme mono e poliarticolari e particolarmente nelle localizzazioni cervicali, dorsali, e lombosacrali, di fibrositi, in presenza di esiti dolorosi di fratture e sindromi post traumatiche in genere, di artopatie gottose, artriti reumatoide in fase di latenza, mentre e sconsigliata qualora il paziente sia affetto da malattie cardiache sconpensate, ipertensione, tubercolosi, ulcera duodenale, malattie ulcerosa della pelle, epilessia, gravi stati di ipotensione, malattie emorragiche. Per malattie articolari croniche ed esiti traumautici in soggetti con controindicazioni solo alla fangoterapia, vien praticata la balneoterapia così come per le forme dermatologiche croniche non ulcerate, seborrea, eczemi cronici, angiopatie periferiche. Infine l'idromassoterapia viene prescritta in presenza di malattie dermatologiche non ulcerose ed esiti di ustioni.


Cutiliae (aquae) in Sabinis gelidissimae, suctu quodam corpora invadunt, ut prope morsus videri possit, aptissimae stomacho, nervis, universo corpori”.
Plinio in Hist. Nat. XXXI, 6